Malattie Reumatiche e le 3 P: in che modo e quanto sono collegate

Quanto sono importanti Psicologia, Psicoterapia e Psicoanalisi in caso di malattie reumatiche? Scopriamolo insieme tramite le testimonianze di Giada ed Ilaria

ANMAR Young
ANMAR Young
21 maggio 2019
malattie reumatiche e psicologia

Vi presentiamo il primo di una serie di articoli in collaborazione con ANMAR YOUNG, Associazione Nazionale Malattie Reumatiche.
Questo progetto nasce dalla voglia e dalla necessitá di aumentare la consapevolezza su questo tipo di malattie, tramite la condivisione di opinioni ed esperienze dei ragazzi e delle ragazze che fanno parte dell’associazione.
Il tema di questo articolo è:

Psicolog*/psicoterapeuta/psicanalista e Malattie Reumatiche.

Avere una diagnosi di malattia reumatica può essere un evento molto traumatico e stressante.
Spesso la persona che la riceve prova quasi contemporaneamente due emozioni contrastanti: gioia e frustrazione.

Spesso la prima emozione ad emergere è la gioia: gioia di aver finalmente dato un nome al dolore che la attanagliava da mesi o anni.

A questa, solitamente, segue la frustrazione di doverci convivere per il resto della vita, essendo, le nostre, patologie croniche e progressivamente degeneranti.

Quindi perché lo psicolog*/psicoterapeuta/ psicanalista dovrebbe essere incluso nella vita un paziente e, soprattutto, quando?

Partiamo dalla prima domanda.

Lo psicologo può aiutare nella gestione dei sintomi ansiosi o depressivi (è stato stimato che una popolazione di pazienti con artrite reumatoide, con una percentuale che va dal 30% al 71%, ha problemi dello spettro dei disturbi d’ansia), nel processo di accettazione della patologia, in alcune problematiche legate alla sessualità, ecc..

Per quanto riguarda la seconda domanda,

relativa a QUANDO è preferibile affidarsi ad uno psicologo, la risposta è molto variabile, in quanto dipende totalmente dal paziente stesso.

Alcune persone si rivolgono allo psicologo subito, in seguito alla diagnosi, altri durante il percorso di vita, quando varie situazioni diventano soverchianti e, con la voglia di cambiare la propria situazione, desiderano andare incontro al cambiamento.

Di seguito, presentiamo due storie di vita di due giovani donne che vivono con una, o più, patologie reumatiche, e del modo in cui si sono relazionate a questa figura.

La prima testimonianza è quella di Ilaria, affetta da varie patologie reumatiche

“Sono sempre stata una ragazza molto attiva da giovane, tuttavia la mia non era la vita di una ragazza della mia età.
Ricordo fin dalle elementari questi dolori lancinanti alle articolazioni, che riuscivo a controllare solo con le fasce da pugili: le stringevo forte intorno ai polsi, così che il dolore fosse più accettabile.
Per anni sono rimbalzata da un dottore all’altro, senza mai nessuna diagnosi: sua figlia sta bene, è psicosomatico, sarà lo stress.

Ma non era così.

Andando avanti con l’età i dolori si sono fatti sempre più forti, spesso non mi permettevano di muovermi bene, a volte, al liceo, chiedevo alla mia amica di prendere appunti al posto mio, perché le mani non si muovevano.
Tutto questo è andato avanti fino ai miei 21 anni, momento in cui la prima malattia si è mostrata in tutta la sua forza.

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Un supporto per chi vive con malattie reumatiche

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Non potevo più muovermi.

Le mani non si aprivano più.

Camminare, alzare le braccia, respirare, finanche pensare mi faceva male.

Poi, per pura fortuna, grazie alle mie condizioni così evidenti è arrivata la prima diagnosi, l’anno successivo la seconda, l’anno dopo la terza.
Tre patologie reumatiche insieme. I dottori mi dissero che era raro, ma possibile. Fu allora che capii che da sola non potevo farcela. Mi sentivo soffocare, mi sentivo annegare.
Ma in quel periodo ebbi la fortuna di conoscere una persona davvero speciale: la Dott.ssa Festa.
È stata più di una psicoterapeuta. Mi ha dato la possibilità di farmi scoprire chi ero.
Mi ha dato valore, mi ha fatto scoprire, forse per la prima volta, chi ero e chi potevo essere.
La mia vita, dopo averla conosciuta, è cambiata totalmente.
Quando qualcuno mi chiede se la psicoterapia funziona davvero, io penso sempre a questa mia esperienza di vita, e non mi vergogno a parlarne apertamente.

La psicoterapia mi ha permesso di capire che io non ero la mia malattia, ma che ero, anzi sono una persona prima di tutto.

Credo che non la ringrazierò mai abbastanza.”

La seconda testimonianza che vorremmo presentarvi è quella di Giada

“Rumore.
Intorno a me scricchiolii, martelli metronomici, cose che si rompono.

Sbam, trrrr, tum tum tum, fiuuu, sciak.

Suoni che si mescolano, si fondono indistintamente, rendendomi complesso identificare dove inizia uno e dove finisce l’altro.
E questa situazione concreta genera in me due pensieri: il limite di ciò che sono e di ciò che non sono, fino a pochi mesi fa a me sconosciuto, un limite diffuso e labile, e il rumore nebbioso dentro di me, quel turbinio di suoni indistinti che mi ha accompagnata per gran parte della mia vita.
Non state vedendo la connessione con il tema di questa pubblicazione, vero?
O forse sì, ed uno dei peccati che commette chi scrive è avere l’ambizione di mettersi nel cervello e negli occhi di coloro che leggono. Facciamo allora che lascio da parte le supposizioni, e vi racconto del principio, della confusione, e dell’era che potrei definire come “il processo dell’ordine”.
Non vi stupirà sapere che soffro di una malattia cronica, che è una delle ragioni per cui ho l’onere e l’onore di potervi (ma soprattutto di poterMI) raccontare qui.
Sono ancora giovane, 25 anni di gaffe, per la precisione, e 22 di questi di artrite reumatoide giovanile. E almeno una decada di iridocicliti. E, come dimenticare, oltre dieci anni di glaucoma.
Non sciorinerò le mie conoscenze mediche (imprecise) sulle patologie con cui ho avuto il privilegio (kidding) di condividere la mia intensa ed incasinata vita: non sono la persona adatta a farlo (spazio alle/ai professioniste/professionisti!) e nel 2019 confido nel fatto che tutte/i conosciate l’incredibile potere di Wikipedia.
Tuttavia, mi sembrava corretto posizionarmi, lasciar trasparire da che tipo di esperienza scrivo. Anche per contestualizzare le mie lamentele, insomma.
Facendo un rapido bilancio, madre natura (o padre natura, bah) non è stata quel che si definisce docile nel plasmare la mia condizione di salute. In questi anni è stato tutto un gran casino, una gran baraonda, un macello di incomprensione, rabbia, paura, limiti, dolore, sfide, batoste, silenzi. È stato tutto un rumore interiore, incapace di prendere forma in gesti o parole capaci di arrivare all’esterno, ma soprattutto impossibile da decifrare per me.

Il dolore è sempre stato mio, non l’ho mai raccontato per davvero.

Ho fatto tante cose con il dolore; l’ho occultato a me stessa e alle/agli altre/i, l’ho negato, ho provato a superarlo non prestando attenzione ai messaggi che il mio corpo mi mandava, l’ho odiato.

Un giorno di gennaio dello scorso anno mi sono ritrovata, per una serie di bizzarre coincidenze, nello studio di colui che definirò Signor B, un omone dagli occhi penetranti e la postura rilassata, di quelle persone la cui sola presenza riesce a trasmettere, contemporaneamente, fiducia e mistero.
Nello studio del Signor B ci ero arrivata per conto di un’altra persona, non avrei dovuto esserci io seduta su quel divanetto soffice. Ma mi ci sono ritrovata, e qualcosa mi diceva di provare a restare. Il Signor B mi disse, con tono pacato, raccontami di te. In principio vi fu silenzio, nella mia testa solo la domanda “perché mi sono messa in questa situazione porco cazzo”.
E poi parole, tantissime parole…Ricordo quel giorno come la seduta di psicanalisi nella quale ho detto più parole in assoluto (probabilmente anche le più inutili).
Ho sceso le scale per avviarmi a casa come un automa, nella testa un vortice così veloce da farmi passare qualsiasi residuo di volontà di capirlo.
Per la prima volta stavo provando a sentire, e non solo a capire per poi controllare.

Il rumore c’era ancora, ma mi stordiva meno.

Con il tempo ho tessuto con il Signor B un legame di fiducia e di ascolto, esime da ogni giudizio. E sì, c’è voluto del tempo per iniziare a raccontarmi per davvero, ma l’inizio è stato realmente entusiasmante: iniziavo a sentirmi, a distinguere, almeno grossolanamente, quel turbinio di suoni non più indistinti.
E per la prima volta c’era accanto a me una persona che mi guidava nella scoperta dei miei limiti, accanto a me nel momento di sentire tutto quel dolore che per decenni avevo schiacciato in un angolino.
Il Signor B fa ancora parte della mia vita, e ci sono poche cose di cui sono così grata. Dopo un anno e mezzo di cammino, raccontandomi tutte le settimane, dentro di me non c’è silenzio, e forse non è quello l’obiettivo. Dopo tutto questo tempo, però, ho fatto un po’ di ordine, imparato a riconoscere i tipi di interferenze che si muovono in me, e sto avanzando nella direzione del riconoscimento profondo dei miei limiti. Scendere così in profondità in me è forse il più incredibile e spaventoso viaggio che la vita mi abbia donato. Non è divertente, non è facile, non è rapido, non è in discesa. Non è tante cose, ma sicuramente è necessario. E grazie, Signor B.”


Come vedete, il ruolo dello psicologo può essere davvero importante nella vita sia del paziente con malattia cronica, ma anche nei soggetti sani.
L’unica cosa davvero importante è decidere di prendere in mano la propria vita.


Ringraziamo davvero tanto Giada ed Ilaria per aver condiviso con noi parte della loro esperienza e delle loro sensazioni!
Vi invitiamo a condividere l’articolo e, se vi va, mettete un like e lasciateci un commento sulla pagina Facebook del progetto.
Per qualsiasi domanda o suggerimento non esitate a scrivere a Caterina
Vi aspettiamo la prossima settimana con un nuovo articolo!
Non perdetevelo!


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